La fotografia come architettura essenziale:

Daniele Tacchinardi (di Alessandro Rizzo )

Posted on 19 marzo 2013

 

La città è un soggetto alquanto abituale e consueto in diverse fotografie e opere che costellano artisti post moderni.

Abbiamo visioni urbane che spesso narrano situazioni di vita quotidiana, dando forte rilevanza a particolari architettonici che si intrecciano spesso sotto i nostri sguardi disattenti e poco propensi a soffermarsi. Daniele Tacchinardi rientra a pieno titolo in questo filone culturale, ma aggiunge alla visione di insieme fotografica un lato tecnico di pittorialismo e di una capacità di riassumere in forme e in linee differenti dati oggettivi presenti nelle strade di una grande città, quale può essere New York o, in una visione più piccola, ma non di certo priva di raffigurazioni nuove, Milano.

Il progetto dell’artista si intitola “Impressioni urbane” e la frase non lascia fraintendimenti, ma presenta la visione artistica di insieme dell’autore.

Le geometrie naturali, costruite e inventate dall’uomo che progetta la città, si intersecano e diventano, senza artifici che solo la post produzione può riservare, spesso falsando l’impatto visivo e contenutistico dell’opera, nuove dimensioni, nuovi spazi atemporali, nuove prospettive realistiche e verosimili, in quanto reali sono gli elementi di partenza. La produzione di Tacchinardi è anche narrativa storica, espressione viva e tangibile di un passato che non c’è, ma che ha caratterizzato l’evoluzione di un’umanità, portandola nei panorami attuali di una città e di una metropoli in continua evoluzione e fuggente, se non immortalata nel suo equilibrio dinamico e nel duo divenire non di certo scontato né prevedibile.

Dicevamo che notiamo lati pittorici nelle produzione fotografica di Tacchinardi: questa caratteristica proviene dall’abilità dell’artista di saper giocare con consapevolezza e cognizione con i colori dando variazioni cromatiche senza precedenti, particolari.

Il cielo si unisce alle finestre, così come le linee e i contorni delle forme e di quei palazzi che, nella loro verticalità, esprimono la dimensione imponente dell’opera, creando una nuova visione che non sia reportage asfittico di un reale conosciuto, ma una rappresentazione immaginifica, introspettiva e analitica di una contemporaneità. Da dove veniamo, dove siamo generati, come viviamo il presente, come ci prospettiamo verso il futuro prossimo: sono questi i concetti base su cui si erige il messaggio a cui le fotografie di Tacchinardi ci conduce, rilevando quelle strutture artistiche che danno un tocco pittorialistico, guidando, attraverso luci e ombre che si presentano, l’occhio dello spettatore e le sue visioni.

“Gli elementi naturali scompaiono”, asserisce l’autore: il paesaggio è totalmente cittadino, costruito, artefatto, prodotto dalla mano umana. Gli oggetti si susseguono e si intervallano, creando nuove forme e nuovi oggetti nella loro anonimia e nella loro semplicità. La geometria e la matematica sono parti sovrane che accompagnano la produzione di Tacchinardi: esiste uno studio dietro che porta l’artista a essere consapevole e certo su quello che va a definire e delineare, dando rilevanza a una mano compositiva sicura e scevra da tentennamenti.

Tacchinardi esprime una nuova cultura fotografica, che ha una sua espressività e tecnicità autonome rispetto a quelle che sovrastano le produzioni contemporanee. Così come la sostanza, che si ricava dal significante che parte dall’oggetto estetico, non può essere prevista, la composizione porta a una poetica che è inventata, rinvenendo quegli oggetti potenzialmente presenti ma che si nascondono nelle visioni alienate della nostra quotidianità, spesso spersonalizzata e banale. Il moderno si evidenzia nella propria verticalità monumentale e si innesta perfettamente in un antico che è alla base e alla radice dell’opera: suggestiva, quindi, e concettuale risulta essere l’opera iperrealista di Tacchinardi.

New York, Milano, Dubai, presto avverrà una produzione dedicata all’affascinante città dell’estremo oriente, sono delle semplici tessiture che si fondando sull’essenzialità architettonica e sulla sua composita variegata figurazione, quasi mosaico di realtà che si compenetrano disegnando, quindi inventando, forme nuove e rinnovate, presenti nel nostro immaginario, fonti di rappresentazioni differenti.

Non c’è nessun tipo di arte artefatta e manufatta, non esiste nessuna riflessione razionale premeditante l’opera, così come non sussiste nessuna caratteristica meditata e prevista, ma, semplicemente, la fantasia impulsiva e diretta di una fotografia che è opera d’arte autonoma e autorevole e che rivendica un suo ruolo narrativo e stilistico singolari.